Una grande epoca dell’opera italiana
La morte dell’ultimo grande compositore operistico italiano del XVIII secolo Domenico Cimarosa nel 1801 segnò la fine di un’epoca. Le vecchie strutture sociali feudali, che erano già state messe in crisi dalla Rivoluzione francese, furono definitivamente travolte dal ciclone Napoleone che imperversava in tutta Europa, e nuovi stati territoriali, sorti sotto la dominazione francese, mutarono in modo permanente la coscienza dei popoli. Le potenze del Congresso di Vienna dopo la disfatta e l’esilio di Napoleone cercarono di far girare nuovamente in senso opposto la ruota della storia, ma non riuscirono tuttavia a contenere i nuovi movimenti nazionali. Anche l’Italia, che era stata per secoli in balia delle grandi potenze europee, iniziò a spianarsi la strada verso l’unità nazionale.
La dominazione francese aveva portato al paese leggi moderne e nuove influenze culturali, ma sotto il peso economico delle guerre napoleoniche condusse anche alla scomparsa del vecchio ceto intellettuale. Anche l’opera italiana, quale luogo di aggregazione sociale e popolare mezzo d’intrattenimento, non poté sottrarsi a tali rivolgimenti. Le leggi teatrali sul modello francese portarono a Napoli rappresentazioni che cercavano di affermare generi operistici in voga a Parigi. Inoltre, l’impiego dei castrati venne definitivamente messo al bando così che Giambattista Velluti fu l’ultimo esponente del suo genere e una tipologia di interpreti che aveva dominato la scena operistica per due secoli appartenne definitivamente al passato. Cionondimeno l’arte vocale dei castrati continuò a sopravvivere inizialmente nello stile dei primi del diciannovesimo secolo, che è comunemente (ma un po’ erroneamente) conosciuto come epoca del «belcanto». Solo verso la metà del secolo, quando l’ideale vocale dominante si andava progressivamente identificando con un’intonazione più intensa e romantico-drammatica, la vocalità e l’arte dell’improvvisazione dei castrati caddero progressivamente in oblio.
Con Gioachino Rossini (1792–1868) comparve nuovamente sulla scena operistica un italiano che seppe riallacciarsi sulla scorta di Cimarosa ai giorni gloriosi dell’opera italiana. Il suo primo grande successo, La pietra del paragone (1812, Teatro alla Scala di Milano) fu per il compositore un trampolino di lancio per una carriera nel corso della quale, grazie ai travolgenti ritmi e ai brillanti virtuosismi delle sue opere, mandò in visibilio l’intera Europa. Quando nel 1829, ancora nel pieno della sua maturità, si ritirò dalla carriera attiva di compositore d’opere, l’Italia aveva già trovato in Gaetano Donizetti (1797–1848) e Vincenzo Bellini (1801–1835) due altri compositori di rango europeo. Nell’opera Il pirata (Milano 1827) Bellini era riuscito a creare un nuovo genere operistico che passò alla storia come «melodramma romantico». Nello stesso tempo si offrivano all’opera italiana nuovi soggetti, soprattutto temi della letteratura contemporanea francese e inglese, e le vecchie strutture drammaturgiche non più adeguate ai tempi vennero sostituite con delle nuove. Il modello scenico dell’opera seria del XVIII secolo composto di «recitativo ed aria» cedette il passo a un modello più complesso che offriva più spazio a una rappresentazione diversificata delle passioni. Tale modello, noto come «scena ed aria», creò una nuova base per l’opera a numeri di stampo italiano. Inoltre i confini tra aria ed ensemble divennero più fluidi, le scene corali di forte impatto musicale e scenico guadagnarono in spazio e le scene introduttive e finali, sull’esempio della prassi già messa in atto dall’opera buffa prima del torno del secolo, acquisirono più importanza.
Felice Romani (1788–1865) fu il più importante librettista di quell’epoca piena di speranze per la storia dell’opera e autore di un vasto numero di libretti di successo che vennero musicati da tutti i più celebri compositori del suo tempo. Egli scrisse non solo il testo de Il pirata di Vincenzo Bellini, ma anche de L’elisir d’amore (1831) e Lucrezia Borgia (1833) di Gaetano Donizetti. Frutto della sua penna è anche il libretto per l’opera di Saverio Mercadante I due Figaro che sarà in programma nel 2011 per Pentecoste a Salisburgo.
Il compositore Saverio Mercadante nacque nel 1795 ad Altamura, in Puglia, e appartiene dunque alla generazione di Gaetano Donizetti. Benché già al suo tempo fosse considerato celebre e una grande autorità in campo musicale, egli è oggi ormai conosciuto solo dagli specialisti. Pregiudizievole per la sua fama postuma fu probabilmente il fatto che la sua carriera iniziò sulla scia di un onnipotente Rossini, e che dovette misurarsi con la popolarità di un Vincenzo Bellini e altresì vedersi esposto in età avanzata alla concorrenza di un altro grande talento dell’opera, Giuseppe Verdi. Malgrado ciò, Saverio Mercadante rappresenta, non solo grazie alla sua versatilità, uno dei più importanti compositori italiani del XIX secolo.
Formatosi a Napoli, già nel 1819 riscosse al Teatro San Carlo il suo primo grande successo come compositore lirico. Pochi anni dopo si impose anche all’attenzione internazionale: su iniziativa dell’impresario Domenico Barbaja, allora direttore del Kärntnertortheater, si recò a Vienna nel 1824, riscuotendo tuttavia poco successo. Il linguaggio musicale d’impronta fortemente napoletana delle sue opere serie venne accostato alle grandi conquiste di Rossini e definito dai critici viennesi «arretrato». Questo appunto indusse Mercadante ad orientarsi con maggior forza verso Vincenzo Bellini e al suo melodramma romantico, un passo decisivo per l’evoluzione futura del suo stile personale con conseguenze di ampia portata.
Mercadante si rivolse all’opera buffa a intervalli più lunghi fino alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento. Il suo melodramma buffo I due Figaro, su libretto di Romani tratto da una commedia che a sua volta si rifaceva a motivi di Beaumarchais, vide la sua prima assoluta nel 1835 a Madrid e dimostra con chiarezza che le opere buffe di Rossini non furono le ultime della ricca storia di un genere. I due Figaro di Mercadante è un’interessante riscoperta che consente di gettare uno sguardo nuovo in una grande epoca dell’opera italiana.
Daniel Brandenburg